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” L’abuso dell’ufficio di interprete della legge e la falsità ideologica della interpretazione” PDF Stampa E-mail
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PeggioreMigliore 
Inviato da Pietro Diaz   
giovedì 03 maggio 2012
Nella traccia n.1, del “Parere di diritto penale”, del concorso per avvocato dell’anno 2011, è ipotizzato (con grammatica e sintassi scurrili, invero, come se un profano le avesse adoperate, e, prima, congetturate), che un “maresciallo… dei carabinieri, dalla “propria” casella di posta elettronica non certificata”, “con il dominio della Stazione” , avrebbe rivolto, alla Anagrafe del Comune ove risiedeva, una richiesta di trasmissione, a sé, dell’elenco dei “nati” (in alcuni anni 1993, 1994), adducendo che, ciò, avrebbe servito una indagine di polizia giudiziaria…mentre, in realtà, serviva la propaganda, di una agenzia di “scuolaguida” gestita dal coniuge, verso aspiranti alla “patente”.

Le prime spiegazioni, dirette a concorrenti e commissari d’esame, di solerti propinatori del sapere (per lo più para o pseudo giuridico) di Cassazione, hanno propalato che, mentre avrebbe commesso, il maresciallo, reato di abuso d’ufficio, ex art. 323 cp, avrebbe commesso, anche, reato di “falso ideologico”, ex art. 479 cp, sia pure in concorso apparente ( consumando, questo, quello).

La spiegazione della commissione del reato di abuso d’ufficio usa un elemento, il procuramento dell’altrui ingiusto vantaggio, collocato, dalla fattispecie, nell’evento consumativo, non altrove. Ignora tuttavia che, esso, non è “reato di evento”, “causale”, “a forma libera” (quale sarebbe, esemplarmente, il reato di omicidio, di chi cagioni, in ogni modo, la morte di un uomo), bensì, è reato di evento vincolato, nella forma, dalla forma della condotta, vincolata, a sua volta, da numerosi elementi, descrittivi e normativi; forma non libera, dunque, né di sé, nè del modo della (propria) causazione dell’evento..
Di fatti, la condotta consiste, anzitutto, di alcunché sorga dallo “svolgimento delle funzioni o del servizio”, di un pubblico ufficiale o di un incaricato di pubblico servizio, consiste cioè di un atto, o di un quasi atto, che, sorgendo da quello svolgimento, di quei soggetti, non potrebbe non essere parte, o risultato, di attività, funzionale o serviziale, preordinata ad innovare nello spazio giuridico.
Consiste, cioè, di alcunché, della Attività della PA, preordinato da legge o da regolamento, e di valore, “amministrativo”, congruo alle fonti. Alcunché per il quale,  in contrasto con queste, si causa, corrispondentemente, l’evento suddetto.
Che, peraltro, non è l’unico, del reato, è solo l’ultimo, di altri, l’atto o quasi atto medesimi, e la contrarietà stessa alle fonti.
Evento, l’ultimo, d’altronde, aggiunto, con altri elementi della fattispecie, dalla legge di riforma della materia (n 234 a1997), ad accrescere la materialità, del fatto, e a far decrescere, contemporaneamente, la estensione della sua “rilevanza giuridica” (della sua tipicità e punibilità), insieme a quella della “interferenza” (turbolenza) penalistica nella Attività della PA, nella sua Autonomia.
Aggiunto, con la (pressoché) totale normatività degli elementi oggettivi della condotta, agli stessi fini.

Per cui la riduzione del reato ad uno, l’ultimo, dei suoi eventi, espulsa la condotta e la sua complessità, come evidenzia una “interpretazione” filologicamente inadeguata e storiograficamente anacronistica, che riporta il “fatto di reato” alla dimensione abrogata (anzi a quella originaria abrogata una prima volta), all’inizio del travagliato cammino della riforma, così evidenzia la ribellione a questa, capeggiata dal vertice del potere giudiziario, la Cassazione (la quale, quando voglia “rilegiferare”, lo fa unendo le Sezioni, a prevenzione di ogni possibile eresia), volta alla (ri)conquista del dominio penale sulla Pubblica Amministrazione, sul Potere Esecutivo, a dispetto di ogni autonomia (“separazione”) costituzionale.
Quindi, la “interpretazione”, oltre che inadeguata filologicamente, anacronistica storiograficamente, contro legge giuridicamente, è anche irresponsabile politicamente, nello straripamento di potere che determina, nel boicottaggio dell’assetto costituzionale dei poteri.  

Per ciò sorprende che nemmeno sospettino, gli impulsivi propalatori, che, l’assegnazione, al reato in parola, della possibilità di assunzione della forma del delitto tentato, ricacciandolo manifestamente nel passato che si volle riformare, a tutela legislativa del Potere Esecutivo dal potere penale, controriformi surrettiziamente la materia. O che, come si hanno, tipologicamente, nell’ordinamento, reati mai assumenti (siano essi individuali: reati di attentato , siano essi collettivi: reati di associazione, di banda, di accordo etc, a “consumazione anticipata”…) forma di tentativo, perché, quella propria, precede (naturalisticamente e normativamente) essa, così si hanno reati la cui forma segue (naturalisticamente e normativamente) essa, giacchè, se la precedesse, lederebbe, essa stessa, i beni a tutela dei quali il reato fu posto (ad es, l’autonomia del potere della PA).
D'altronde, per (almeno) sospettare, di ciò, sarebbe bastata, a quei propalatori, una retrospettiva storica pur minima, la “cronaca”, bene evidenziante la causa sociopolitica della imposizione degli eventi suddetti, al reato: la garanzia dell’equilibrio dei Poteri dello Stato.  

Dunque impensabile, il reato di abuso d’ufficio, nella traccia del “Parere…” (a malgrado dell’intenzione e della volontà dei suoi proponenti, e della convinzione dei suoi propalatori), narrante il gesto (che non fu atto né quasi atto svolgenti funzioni o servizio), di un maresciallo di Stazione “imprenditore familiare”, teso alla acquisizione di un vantaggio personale (nemmeno “ingiusto”, a ben vedere, se la ingiustizia fosse data, anche, dalla contrarietà a legge o regolamento della condotta, e dalla contrarietà alle restanti norme d’uso dell’ufficio o del servizio).  

La riduzione macellaia, di un intero corpo (di legge) di reato, a un moncherino, sopra esposta, ritorna, nel ravvisamento, da quei propalatori, del reato di falso ideologico, nella richiesta, mendace nel fine dichiarato, dell’elenco dei “nati” ( per mezzo di  messaggio dalla casella di posta elettronica non certificata), dall’intraprendente maresciallo; e in questione sarebbe se, la posta, uscisse e pervenisse certificata, cioè verificata nella identità del mittente.
Ma se, la questione, vertesse sulla genuinità, della “posta”, mai si avrebbe reato di falso ideologico, perché, semmai, si avrebbe reato di falso materiale.
O se, la questione, vertesse sulla conducibilità, della “ posta”, ad atto, pubblico giuridico assertivo e fidefacente (in modo semplice o complesso) di alcunché giuridicamente rilevante, un atto, per intendersi, ex art. 479 cp 2699 cc (per ciò atto di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio in funzione od in servizio di formazione e di emissione di esso), ciò troppo, sarebbe, per la (piccola) posta elettronica del maresciallo pubblicitario della propria moglie.
Perfino se, come taluni dei sullodati hanno ritenuto, cooperasse tecnicamente la “confessione”, del maresciallo, la quale, in materia così complessa ed ignota, non emetterebbe che vacui e velleitari suoni, del tutto incommensurabili, dentro o fuori il giudizio, alla “regiudicanda”.
Comunque, il “colmo” avviene allorché, ravvisato il reato di falso ideologico ex art. 479 cp (nel mendacio, del maresciallo, sulla richiesta “pubblicitaria” per la propria moglie), è accreditato (con preoccupazione) il problema del concorso, di esso, col reato di abuso d’ufficio, del concorso apparente, in forza della “clausola di riserva espressa”: “salvo che il fatto non costituisca un più grave reato”, in art 323 cp.
Ora, poiché, quella, sarebbe una clausola di “riserva di consunzione”, che agisce quando un reato possa essere ordinato per gravità, fattuale e sanzionatoria, ad altro, nel qual caso il concorso di entrambi sarebbe apparente e solo il più grave opererebbe, si dovrebbe spiegare come, reati appartenenti a diversi campi di materia, eterogenei ed eteromorfi assolutamente, possano stare e sembrare in ordine (quantitativo) di gravità, tanto più che non c’è clausola, della specie di questa, che non supponga omogeneità e omomorfia dei reati, identità del campo di materia, certo mancanti, tutte, tra il campo dei delitti contro la pubblica amministrazione (tit II lib II cp) e quello dei delitti contro la fede pubblica (tit VII lib II cp). Anzi, ove reati dell’uno o dell’altro concorressero, non lo farebbero mai apparentemente, lo farebbero sempre realmente.  

Dunque è lo strapazzo, della legge penale, quello compiuto, per quanto visto, dai sullodati, per autorizzazioni e raccomandazioni giurisprudenziali infestanti da troppo tempo la letteratura giudiziaria, ed il suo indotto effettuale, traboccante di malcapitati, appesi alle rubriche degli articoli legali, ai titoli dei reati, ai resti delle fattispecie, singole o in insiemi.

E tanto più oltraggioso, della legge penale, il suo strapazzo, quanto più, essa, apertamente indicava, la via maestra. Subito evidente, nella figura di reato per la quale, se, un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, usi la propria qualità o il proprio potere (giuridici) per costringere od indurre taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad altri, denaro o altra utilità, se, per ciò, costringendo, o inducendo con mendacio, abusi quelle prerogative, e per ciò consegua indebitamente, dazioni o promesse per ciò e in sé stesse indebite, costui commetterebbe reato di concussione ex art. 317 cp .

Il quale, in quella Stazione CC, assumerebbe la forma, del pubblico ufficiale che usa la propria qualità (non il proprio potere, mancandogli in concreto la funzione), per indurre mediante inganno (non per costringere mediante forza), mentendo il fine della sua richiesta e corroborando la menzogna con il timore reverenziale promanante dalla “divisa”, l’ufficiale di Anagrafe a dargli l’elenco dei “nati”.  

Chiara e limpida, dunque, la fattispecie concreta, al lume della fattispecie astratta, della menzogna sostenente l’induzione: come, i sullodati, congetturarono che potesse costituire falso ideologico, o, che la induzione, per abuso della qualità o del potere, del p.u. e del i.p.s., potesse costituire abuso dell’ufficio?

Tanto più che, questo reato, è sussidiario di ogni altro reato “contro la pubblica amministrazione”, cioè agirebbe quando nessun altro agisse (anche se, di questo, evocasse elementi verbali e funzionali: abuso etc), e tanto meno potrebbe agire oggi che, contrariamente a quanto i sullodati affermano o implicano, il reato di abuso d’ufficio ha cessato di essere sussidiario, è divenuto “principale”, è chiamato a tutelare forme e valori di Attività Amministrativa che nessun altro, dei reati contro la pubblica amministrazione, tutela.

Pietro Diaz

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