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Concorso per avvocatura 2010:
Stalking al candidato, col parere (in proposito) richiestogli all’esame per avvocato...
Teoria



Sul reato di omesso versamento di imposta PDF Stampa E-mail
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giovedì 09 maggio 2013
1. Sull’autore del reato di omesso versamento di imposta

2. sulla confiscabilità(e sequestrabilità)dei beni dell’amministratore o del liquidatore di società di capitali, per inadempimento di questa;

3. sulla legittimità del sequestro preventivo in materia, e sulla rimessione della individuazione dell’oggetto della confisca (o del sequestro previo) all’organo esecutivo (PM);

4. su una possibile retroattività della applicazione della legge 144/07

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(le pene di) Gomorra…bene intesa… PDF Stampa E-mail
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Inviato da Pietro Diaz   
martedì 15 maggio 2012
L’autore della legge penale, con l’arma della “pena” (sempre al fianco), offende la persona del reo, così come questo offende(rebbe) altro;

ma mentre questo è punito, quello non lo è;

eppure entrambi sarebbero offensori, offensori sociali, cioè partecipi e originari del medesimo composto sociale, che contiene la regola di eguaglianza generale, della legge eguale per tutti, quelli in situazioni eguali, si intende, non in situazioni diseguali, ma di questi, comunque, ne vieta “distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3.1 cost);

per cui, se l’autore della legge penale, quale offensore del reo, non fosse diseguale a lui quale offensore d’altro, e se il reo non fosse da lui “distin”to per quel divieto, essi dovrebbero essere eguagliati, siccome in situazioni eguali;

peraltro, che, il primo, sia diseguagliabile, dal secondo, poichè offensore del reo per (e con la) legge (cioè perché “legiferatore”, diversamente dal reo, che è “legiferato”), non è (neppure)immaginabile, se, egli, è emanazione, elettiva e giuridica, (anche) del reo, suo rappresentante nell’esercizio di una sua funzione, che esercita esclusivamente in sua vece (non avendo, neppure, la sovranità, per legiferare, che, di fatti, mutua, anche formalmente, dal reo: dal popolo ove questi nasca e viva);

dunque, in questa approssimazione alla loro rispettiva “situazione” (davanti le regola di eguaglianza), essendo entrambi egualmente offensori: entrambi, dovrebbero essere, punibili o non punibili;

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Sull’esercizio abusivo della professione, ex art. 348 cp, dai tutori giuridici del parafango PDF Stampa E-mail
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Inviato da Pietro Diaz   
lunedì 18 aprile 2011
I Consigli degli Ordini degli avvocati quali persone offese del reato.

1. il reato punisce chi eserciti “abusivamente” una “professione” perché privo della “richiesta” “speciale abilitazione dello Stato” (art. 348 cp);
1.1 la quale è regolata (peraltro, dall’ “Ordinamento delle professione di avvocato”…), all’art. 20 e ss RDL 1578/1933 (abilitazione per esame di Stato);
1.2 e tuttavia è efficace (quanto a esercizio professionale di essa), alle condizioni in art. 17 e s, 24 , 31 RDL cit. (presupposti della iscrizione, e iscrizione, all’Albo degli avvocati);
1.3 l’esercizio della professione di avvocato postula dunque sia la abilitazione dello Stato sia la iscrizione all’Albo;
2. tale seconda condizione, peraltro, è (interamente) rimessa alla ricognizione (vincolata o discrezionale), all’accertamento, alla dichiarazione ed alla amministrazione (controllo delle subcondizioni della permanenza o della cessazione di essa) del Consiglio…;
2.1 come chiaramente appare all’art. 16 RDL cit (“tenuta” dell’Albo);
2.2 ed è particolarmente marcato all’art. 1 RDL cit.:
2.2.1 per cui è inesercitabile la professione se non dall’(abilitato) iscritto all’Albo;
3. e la eserciterebbe “abusivamente”, chi non lo fosse, nel senso proprio di cui all’art. 348 cp;
3.1 ciò per richiamo espresso, dalla disposizione in art. 1 cit, sia “in funzione di struttura” (per dare o per avere, in questo caso per dare, un precetto) che “in funzione di disciplina” (per dare o per avere, in questo caso per avere, una pena), della disposizione in art. 348 cp (art. 1.2 RDL cit);
4. in altre parole, per RDL cit, l’esercizio “abusivo” della professione (di avvocato) si ha non solo alla condizione espressa in art. 348 cp (mancanza di abilitazione), ma anche a quella espressa in art. 1.2-348 cp (mancanza di iscrizione all’Albo anche dell’abilitato);
5. è dunque palese che il Consiglio (in parola), titolare del (potere organizzato di porre o di togliere) la condizione dell’esercizio della professione di avvocato ( l’Albo e l’iscrizione o la cancellazione in esso), è contitolare (esplicito) del bene giuridico (complessivamente) tutelato in art. 1.2- 348 cit;
5.1 e conseguentemente persona offesa ex art. 120 cp (nonché ex art. 74cpp);
6. d’altronde, l’imputato sarebbe stato non abilitato e non iscritto;

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Illazioni varie sulle massime di esperienza in Cassazione... PDF Stampa E-mail
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Inviato da Pietro Diaz   
venerdì 19 febbraio 2010
Inferenza...illazione...congettura...presunzione...massima di comune esperienza....parole con poco senso... in Cassazione...

Dubito che Cassazione faccia chiarezza in materia, con la sentenza sotto esposta:

1. anzitutto, che il "criterio di inferenza" o "regola generale" ( cioè il criterio "massimato", vd dopo) si applichi a "casi" "nuovi e diversi" rispetto a quelli che l'avessero generato (con le) dopo la esperienza di essi, è errato:

-poiché, se i casi "nuovi" fossero (casi) "diversi", quel criterio sarebbe inapplicabile, essendo applicabile solo nei casi simili, nell' "insieme situazionale" (ad esempio: concitazione degli scambi commerciali nelle fiere zootecniche), a quelli "genetici", non nei casi "diversi";

- dato che è la esperienza di casi simili, ripetuta nel tempo ed accertante ed assimilante ogni volta (o quasi), i loro "insiemi situazionali", che esprime quel criterio;

1.1 per ciò, la evocazione, in sentenza, di casi "diversi", pone in errore la identificazione del fenomeno;

2. che, poi, quel "criterio di inferenza" nasca "da un processo logico per il quale, date una o più premesse certe e plausibili, è possibile trarre una conclusione di carattere generale, appunto la massima di comune esperienza", moltiplica l'errore:

- giacché, quel "criterio", non nasce da un "processo logico" che poggi su "una o più premesse certe e plausibili", poiché nasce dai "casi", dalla loro osservazione esperienziale (cioè ripetuta), dalla rilevazione e constatazione delle simiglianze dei loro "insiemi situazionali" (come cennavasi),

- simiglianze che, costantemente evenienti e presenti, inducano a ritenere che (esse) siano e saranno, quante volte sia e sarà, il caso (inducono a ritenere, cioè, che sia e sarà la concitazione degli scambi commerciali quante volte siano e saranno le fiere zootecniche);

- inducendo quindi a "catalogarlo", il criterio di inferenza, tra le "massime" (i "resoconti" logici della esperienza, di un caso e di tutti i casi simili), le quali permettono (e impongono, "nel giudiziario"), di ritenere, l'"insieme situazionale" del caso, in tutti gli altri i casi simili,

- permettendo quindi di pensare, e dire processualmente, se sia certo ciò che è (inizialmente) incerto, certo per il criterio di inferenza, certa la sua inferenza (in specie, dalla concitazione degli scambi commerciali in quelle fiere, che l'assegno, ogni assegno, lì offerto, sia senz'altro accettato);
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Recidiva e reato continuato PDF Stampa E-mail
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Inviato da Pietro Diaz   
lunedì 16 novembre 2009
Che "il giudicato" incida, ed, eventualmente, come incida, la "continuazione di reato" è da vedere;

1. sia perchè la seconda è una fattispecie integrata dal diritto sostanziale, non processuale, integrante il primo ( in campi di materia e modi e fini di disciplina differenti, quindi);

2. sia (comunque) perchè, questo (il giudicato), è esplicitamente (artt. 671 cpp, 81.4 cp) tangibile, quando sia da applicare la continuazione di reato (la sua sanzione per "concorso giuridico" delle pene dei singoli reati che la coompongono);

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